Mozzarella blu! L’ultima delle sorprese (…fino a un certo punto) della cronaca alimentare.

E’ proprio sfortunata la “perla bianca” di vacca o di bufala che sia. Come una gran dama, bella e aristocratica, e senza l’hobby di sgridare la serva: sempre contesa, ma puntualmente tradita!

Eppure c’è da tempo il riconoscimento comunitario DOP per quella di bufala campana, con un disciplinare che impone origine, materia prima e regole di produzione. C’è una tradizione che da sempre eleva anche quella vaccina ad eccellenza del patrimonio alimentare di casa nostra (es. la mozzarella STG).

Chissà cosa ci diranno gli accertamenti tecnici disposti dall’Autorità competente sulla sorprendente mozzarella new style.

Sarà un problema legato ad una improvvisa ansia di italianità? Sarà la resurrezione casearia dello spirito azzurro tradito dalla debacle ai mondiali sudafricani?

Eppure tutto questo sembra veramente una favola: c’era una volta una mucca un pò folle che produsse un latte blu come il cielo!

Favola… ma fino a un certo punto, se poi quella mucca -“pazza” per costrizione- finisce anch’essa sulla tavola del consumatore e determina in alcuni casi tragiche conseguenze…

Tuttavia quest’ultimo fenomeno “di colore” (a quel che ci dicono) non dovrebbe rappresentare un rischio concreto per la salute, sebbene desti sicuramente allarme e preoccupazione: il blu non si addice proprio alla mozzarella.

Sia questo allora un monito ulteriore per il controllore: l’attenzione non è mai troppa.

Maria vuole essere sempre e comunque tutelata all’atto dell’acquisto della sua buona mozzarella (quasi quotidiana, dato il prezzo)!

Sarà pure attratta dall’etichetta colorata, quella con ridenti bufale o sontuose vacche riposanti in spazi aperti e lussureggianti o prati verdi d’altura. Ma il colore lo vorrebbe solo lì, sull’imballaggio anche con il blu di un bel cielo. La mozzarella, invece, Maria l’ha sempre apprezzata bianca, anche se qualche volta s’è dovuta rassegnare a qualche impronta di nero, quella lasciata dalle faticate mani di Gino, lo storico pizzicagnolo del suo quartiere, che la prende superficialmente “a pugno” dal bidoncino pieno di liquido di governo (magari con qualche ospite galleggiante) e gliela incarta al momento “fresca fresca”.

Anche quello tuttavia è un triste ricordo del passato: oggi quel tipo di vendita diretta è vietata dalla legge, per cui il buon Gino rischia una sanzione dal Nas o dall’Asl e soprattutto un severo rimprovero da Maria.

E la legge che dice?

C’è l’obbligo del preconfezionamento all’origine (D.lgs. 109/92 e succ. modd.) per i formaggi freschi a pasta filata che ne dovrebbe garantire in ogni fase qualità e sicurezza igienico-sanitaria.

In tutte le fasi della filiera, inoltre, devono essere rigidamente osservate le cautele previste in sede di verifica della materia prima, autocontrollo, Haccp, tracciabilità e corretta conservazione del prodotto.

Cass.  pen. Sez. III, n. 2897/07

“L’obbligo di osservare la disciplina prevista dalla legge n. 283/1962 incombe anche al mero trasportatore, atteso che l’onere di assicurare la condizioni di conservazione degli alimenti, al fine di tutela della salute pubblica, sussiste in tutte la fasi di distribuzione degli stessi.

Destinatari delle disposizioni dell’art. 5 della legge n. 283/1962, pertanto, sono tutti coloro che concorrono alla immissione sul mercato di prodotti destinati al consumo e non conformi alle prescrizioni igienico – sanitarie.

In proposito, deve ribadirsi l’orientamento già espresso da questa Corte Suprema secondo il quale il concetto di “destinazione per la vendita”, enunciato dall’art. 5 della legge 30.4.1962, n. 283, in tema di frodi di alimentari, non consiste soltanto nel possesso di prodotti destinati immediatamente alla vendita, bensì anche nel possesso di prodotti da vendersi successivamente e cioè, in definitiva, in una relazione di fatto, tra il soggetto ed il prodotto, caratterizzato semplicemente dal fine della vendita stessa, senza che sia necessario che la merce si trovi in luoghi destinati ai consumatori.

Le Sezione Unite di questa Corte Suprema – con la sentenza 19.12.2001, n. 40, ric. Butti – hanno affermato che, nella previsione di cui all’art. 5, lett. b), della legge n. 283/1962, non è necessario che il cattivo stato di conservazione si riferisca alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari, ma è sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, le quali devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti, ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza.

Una volta accertata l’inosservanza di accorgimenti igienico – sanitari riferiti alle modalità di conservazione ( alla stregua di norme giuridiche di carattere tecnico ma anche di precetti generalmente condivisi dalla collettività), pertanto, la fattispecie penale si configura senza che sia necessario un previo accertamento sulla commestibilità del prodotto o il verificarsi di un danno per la salute del consumatore”.

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